Agli esordi psicopatologici – Bormio, 4/7 aprile 2019

I più recenti studi di ricerca ravvisano il ruolo fondamentale della diagnosi precoce e della continuità del trattamento, nel prevenire la cronicità, il suicidio, l’abuso di sostanze. Questo vale non solo per le patologie psichiatriche più gravi, ma anche per disturbi ritenuti più “leggeri” come, per esempio, i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico che, se trascurati e non affidati alla valutazione specialistica, rischiano di cronicizzare od evolvere su altre forme più invalidanti.
Il tempo che trascorre tra la comparsa dei primi sintomi e l’inizio delle cure risulta essere una variabile essenziale per l’intercettazione della malattia e per la riuscita dell’intervento terapeutico. Strumenti diagnostici più approfonditi e strategie di cura più articolate, che prevedano l’utilizzo di nuove conoscenze genetiche, di esami strumentali di diagnostica cerebrale, di aggiornati principi neurofisiologici, appaiono essere di basilare supporto alla valutazione clinica specialistica, finalizzata a impedire la gravità e procastinare o contenere l’insorgenza e il decorso delle patologie.
L’individuazione precoce dei sintomi e un trattamento tempestivo, in ambito medico, sono considerati tra i fattori di maggiore importanza per la prognosi e l’outcome delle principali malattie. In oncologia, ad esempio, le campagna di screening sul tumore del collo dell’utero, del seno e dell’intestino hanno radicalmente cambiato in modo positivo i tempi di sopravvivenza e contribuito a modificare lo stigma di inguaribilità delle malattie tumorali. Se dunque l’identificazione precoce del disturbo e un intervento rapido e mirato
sono oggi considerati, in ambito medico, pilastri della buona pratica clinica, in abito psichiatrico esistono ancora delle criticità al riguardo. Le statistiche rilevano che tra l’esordio e la presa in carico, per esempio, del Disturbo Bipolare dell’umore trascorrono mediamente 10 anni. Molteplici possono essere le motivazioni di tale contingenza: il fatto che gli esordi avvengono spesso in età adolescenziale, territorio di confine tra psichiatria e neuropsichiatria infantile; la sottovalutazione di sintomi ritenuti lievi e non determinanti per lo sviluppo di una patologia vera e propria; la paura della stigmatizzazione e la implicita tendenza alla negazione del problema.

La domanda è, naturalmente, se sia ancora così lineare. È così? Ogni passaggio è oggi foriero di possibili inciampi, di blocchi, di crisi… di scivolamenti o derive patologiche. Il tempo, con lo spazio, il corpo e gli oggetti del mondo, rappresenta la categoria fenomenologica fondamentale con la quale possiamo confrontarci con la realtà, percepirne l’evoluzione, ed avere coscienza di questa nostra percezione o, se si vuole, del nostro stesso essere ineludibilmente immersi nel flusso del tempo, in tanto in quanto presenti al mondo. Tempo non è soltanto la definizione di un ordine oggettivo misurabile del movimento; è soprattutto l’intuizione e la rappresentazione della modalità secondo la quale i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro, vista di volta in volta come fattore che trascina ineluttabilmente l’evoluzione delle cose o come scansione ciclica e periodica di un eterno ritorno.
Se il tempo è la possibilità di coscienzializzare gli eventi, e quindi la vita, esso è anche la chiave dell’accadere degli eventi psicopatologici: per il depresso, il tempo passato è così incombente da parassitare il presente e impedire al futuro di accadere; nel grande delirio paranoico, è completo lo stravolgimento dell’ordine noematico dell’interpretabilità delle correlazioni fra tempo e spazio; un tempo esclusivamente protensivo è della maniacalità, un tempo esclusivamente ricorsivo dell’ossessione, ma anche di ogni istituzione totale, in cui il ripetersi metodico ed inderogabile degli eventi giorno dopo giorno diviene garanzia – autoreferenziale, certo – di invarianza, ma anche quasi di immortalità. Tempo è la chiave dei cambiamenti dell’età, ma anche è il tempo – culturale e sociale – in cui siamo immersi. Così, essere “uomini del nostro tempo” significa affrontare un’infanzia ed una adolescenza assai meno conformate in termini normativi, ed in cui l’autonomia, già del bambino, nel costruire la propria zona prossimale di sviluppo, se da un lato facilità l’affermazione dell’individualità, dall’altro crea anche falle precoci e pericolose, nelle quali si installa quella patologia che non a caso è oggi la più frequente nei servizi psichiatrici e che, non a caso, si chiama prima “disturbo generalizzato dello sviluppo” e poi “disturbo di organizzazione della personalità”, intesa proprio come dimensione assolutamente identitario di uno
specifico incarnare l’umano. Se l’essere è tempo, allora, lo è anche la psicopatologia dell’essere. Parliamo oggi sempre più di esordi precoci della malattia; forse tra qualche tempo, dopo l’affermarsi dell’epigenetica, ma anche della psicologia del Sé, dovremo parlare di deviazioni precoci di sviluppo. Di tutto questo si parlerà nel congresso : la prevenzione, che diviene in quest’ottica cruciale, pur nella oggettiva difficoltà di definire la linearità di un percorso di crescita socialmente condiviso, la diagnosi, gli interventi precoci, ma, forse e soprattutto, la possibilità di un accesso altrettanto precoce agli interventi di cura. Tutto questo, nell’arco dei cicli di vita: consapevoli dell’autonomia precoce del bambino, del fatto che l’adulto non è più considerato il riferimento normativo della fase di stabilità, che l’età senile consente ancora nuove acquisizioni ed apprendimenti e che diversi sono i percorsi delle donne e degli uomini; concetti che forse ci chiamano, oltre che ad una riflessione profonda, anche ad una altrettanto profonda revisione dei nostri modi di intervento.
Massimo Rabboni

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